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San Fele

San Fele (pronuncia/san ‘fɛle/) è un comune italiano di 2 615 abitanti della provincia di Potenza in Basilicata. Storicamente proviene dal feudo corrispondente alla Valle di Vitalba, insieme a Rionero in VultureMonticchio (Basilicata), Sant’Andrea, Montemarcone (Avigliano), Montesirico, Rapone. Il suo nome in origine fu Santo Felice; le forme Santo Fele e San Fele (quella ufficiale) derivano anch’esse dal latino FelixFelicis, ma nella forma del nominativo (Felix). San Fele è un comune prettamente rurale, noto per la presenza nel suo territorio del santuario di Santa Maria di Pierno.

Storia

(LA) «Tancredus Sancti Felís dixit Sanctum Felem, quem tenet esse feudum…»

(IT) «Tancredi di Santo Felice, detto Santo Fele, signore del feudo…»

(Attestato degli anni 1150-1168, dal Catalogo dei Baroni)

In epoca antica, il territorio di San Fele fu abitato dagli Ausoni, che lasciarono diverse testimonianze nel circondario del comune. Il nucleo della città ebbe origine nel 969 d.C., con l’edificazione di un castello fortezza, voluto da Ottone I di Sassonia per avvistare e fronteggiare eventuali assedi da parte dei Bizantini e, circa un secolo dopo, iniziarono a sorgere intorno al presidio i primi centri abitati. Il quartiere sviluppatosi lungo le pendici del Monte Castello è stato rinominato “Rione Costa”.

San Fele, quartiere Costa

Il castello fortezza era “di forma bislonga e fabricato a guisa di un vascello […] Federico II lo strinse anchora, e per renderlo del tutto inespugnabile, e lo fiancheggiò di alcune mezze lune e torrioni”; questo è quanto riportato nella relazione di Ardoini del 1674[8], ma al tempo in cui scriveva era “quasi distrutto e con la sola prospettiva di mura”. Nel 1036, alcuni ribelli milanesi che osteggiavano l’arcivescovo di Milano furono confinati a San Fele e, liberati da Corrado II, rimasero ivi a causa dell’epidemia che colpì Milano. Gli esuli milanesi si imparentarono con le popolazioni della vicina valle di Vitalba, formando le prime famiglie della città. Per porre fine allo scontro tra normanni e papato, San Fele ospitò Ruggero II e il papa Onorio II, ove iniziarono a stipulare i primi accordi di pace. Sotto la dominazione angioina, la città fu affidata ai feudatari Giovanni Gaulard, Drogone di Beaumont, Guglielmo di Melun. Dal 1432 il feudo di San Fele fu amministrato da Troiano Caracciolo, duca di Melfi, e dai suoi discendenti fino al 1613, quando subentrò la famiglia Doria, che mantenne la proprietà fino al 1811. Nel frattempo il terribile terremoto del 1456 aveva sconvolto San Fele, danneggiando la chiesa di Pierno. Nel 1799 la popolazione innalzò l’Albero della libertà. L’euforia per la nuova era, la Repubblica Napoletana (1799), svanì presto e molti furono giustiziati. All’indomani dell’unità d’Italia, tutta la zona fu coinvolta nel brigantaggio e numerosi briganti come Giovanni Fortunato, detto “Coppa”, Vito Di Gianni, detto “Totaro” e Francesco Fasanella, detto “Tinna”, si distinsero come luogotenenti del capomassa Carmine Crocco.

Come tutti i paesi del Mezzogiorno, San Fele ha subito una forte emigrazione, che si può suddividere in due fasi:

Tuttavia, ulteriori motivazioni che spinsero molti cittadini di San Fele ad abbandonare la propria terra e che presentavano carattere prettamente locale, generarono da due eventi geofisici di particolare gravità:

  • le frane del 1968[9], che colpirono la parte nord orientale del paese spazzando via un cospicuo nucleo di case abitate;
  • il terremoto dell’Irpinia del 1980, che lasciò senzatetto 634 persone, ovvero circa il 10% della popolazione[10];

Rilevante la presenza di Sanfelesi in Australia ed in particolare nella città di Sydney ove si contano ormai più persone (oltre 3000) rispetto al paese di origine. L’emigrazione degli ultimi anni è costituita da giovani che raggiungono le più importanti città italiane (in particolare TorinoMilanoFirenze, e Roma).